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Il guardone

Elena attese un istante, poi con tutta calma si accostò all'interruttore e spense il lampadario centrale, lasciando acceso soltanto il lume posato sul comodino da notte, che irradiava una luce fioca, calda e soffusa. Infine si stirò voluttuosamente e si tolse il pullover. Era il momento di intrattenere piacevolmente il dirimpettaio di casa che, come ogni sera, la spiava sino a quando lei spengeva tutte le luci. 
Elena si accostò alla toilette, accertandosi che dalla finestra la sua sagoma fosse visibile. Lentamente si tolse il reggiseno e posò lo sguardo sui suoi seni. Erano alti, sodi, incredibilmente eccitanti. Se li toccò, prima alla base e poi i capezzoli. Immaginò l'uomo dall'altra parte. Non lo conosceva, non sapeva che volto avesse e, francamente, non gli interessava. Era un gioco, un piacevole gioco, in cui il cervello sostituiva la verga maschile. 
Quella stessa verga che, in quel momento, con ogni probabilità era rigida, mentre una mano incerta la lavorava con lentezza, nell'attesa di una eiaculazione che doveva coincidere con il momento in cui lei si sarebbe tolta le mutandine ed avrebbe mostrato il rosa della sua vulva, aperta a conchiglia da dita esperte, pronte a darle il piacere, che sarebbe coinciso con gli immaginari spruzzi di sperma. 
Aprì un flacone di profumo, se ne umettò le dita e prese a strofinarsi i capezzoli. Ecco: ora l'uomo si muoveva. Elena immaginò le dita serrate dell'uomo salire e scendere lungo il fusto maschile, non più limitandosi ad un rudimentale va e vieni, ma aprendosi e socchiudendosi a tratti, scivolare con lascivia lungo le vene rigonfie, serrarsi improvvise sino a ricoprire la punta del membro con le pieghe della mobile pelle, a bloccare il galoppare dello sperma, per poi aprirsi di nuovo e stringere con forza sino alla base dell'asta.
Le mucose della vulva cominciarono a trasudare piacere, creando lunghi rivoli vischiosi nello splendido interno delle cosce. La clitoride tesa, accrescendo di volume, si infiammava sempre più e sembrava ad ogni istante prossima a esplodere. Temette per un istante che l'uomo avesse già goduto, ma poi sospirò di sollievo: aveva solo cambiato posizione per poterla osservare meglio.
L'aroma della vulva era acuto, eccitante. La tensione, il coito immaginato, simulato, l'uomo che la scrutava, tutto contribuiva ad alimentare in lei una esaltante ebbrezza sensuale. Adesso rimpiangeva che l'uomo non le fosse accanto. Sapeva che non era possibile, e tuttavia lo desiderava ardentemente. Ormai avvertiva nettamente il propagarsi del piacere. Sapeva quello che stava facendo, e quella certezza la lasciava sgomenta facendola rabbrividere di piacere, ancor più della carezza delle dita sulla sua gemma. 
Non avrebbe resistito oltre. Lentamente calò le mutandine sino ai piedi, volgendo le spalle alla finestra. Voleva che prima ammirasse il fulgore delle sue natiche, la splendida linea della sua levigata schiena. Poi indugiò qualche attimo, si voltò verso la finestra ed immaginò l'esplosione dello sperma, denso, inesauribile, che continuò a fuoriuscire per tutto il tempo in cui il suo corpo fu squassato dai brividi di piacere. Poi, le luci si spensero e la quiete della notte la sommerse, inondandola con i suoi profumi reali ed immaginari

 

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