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Simone (Opera Incompiuta) Melissa

La televisione era accesa e il LUI di turno picchettava tenacemente, non solo per appagare sé o LEI, pareva volesse dimostrare qualcosa al mondo intero.
La decisione delle movenze era la stessa che si percepisce nei film horror, quando l’ammazza vampiri di turno conficca il paletto nel petto dell’immonda creatura; solo che nel caso specifico: il paletto non è un paletto, non è conficcato nel petto e la creatura passiva è tutt’altro che immonda.
Se fosse stata una trivella non è un’esagerazione affermare che il centro della Terra ormai sarebbe prossimo; invece è sempre lì, movimento perpetuo, instancabile.
LEI non sa più come esternare la propria soddisfazione, gli spasmi ed i gemiti sono talmente intensi che stavano quasi per prendere corpo per poi adagiarsi comodamente accanto.
Questo lo scenario. Melissa era lì, davanti al televisore a prendere lezioni, indossava il suo solito completino casalingo pronto all’uso: vale a dire nulla, tranne ovviamente al suo ciondolo a forma di cuore.
A quando risalga l’abitudine di vestire con la massima espressione di relax concepibile in natura, probabilmente neanche Melissa potrebbe attribuire una data precisa. Sta il fatto che: indipendentemente dalla temperatura esterna, una volta varcata la soglia del suo appartamento lei percepisca l’irrefrenabile istinto di privarsi di ogni indumento. Con questo tipo d’abbigliamento non è difficile per una ragazza di 17/18 anni abbandonarsi a particolari forme di affetto verso la propria persona, soprattutto se invogliata da opportuni stimoli esterni.
I ritmici ed intensi scuotimenti corporei che riempivano lo schermo in quel momento facevano proprio al caso suo.
Come un riflesso condizionato i suoi teneri e caldi polpastrelli cominciarono a massaggiare i capezzoli che non tardarono ad inturgidirsi, il cuore pompava sempre più forte, i seni, di una quarta abbondante, erano ormai preda assoluta dei palmi delle mani che li muovevano ritmicamente dal basso verso l’alto, dapprima in coppia, poi una mano si staccò per andare a soddisfare altre mete.
Lo stomaco e la pancia erano solo terre di transizione che suscitano poco interesse, se non per l’ombelico, pallida copia mal riuscita di una ormai prossima depressione molto più interessante.
Intanto il respiro inquieto bramava dalla voglia di affrettare i tempi, ma per questi viaggi le tappe sono necessarie, se non doverose.
I primi ciuffi della progressiva fitta vegetazione davano il benvenuto.
La mano operosa non perse altro tempo, e dopo alcuni tentennamenti nella piccola foresta nera le affusolate appendici arrivarono in meta.
Il sesso ormai gonfio nell’ansia dell’attesa stentava a stare chiuso, mentre le dita quasi per farsi conoscere ne segnavano il perimetro.
Al che un fulmineo brivido appagante percorse il dorso disegnandone scrupolosamente i rilievi. E sui rilievi è proprio il caso di soffermarsi visto che l’abbondante irrorazione sanguigna ed un inizio di lubrificazione agevolavano enormemente il raggiungimento del clitoride ormai pienamente eretto e desideroso di ricevere le attenzioni che merita.
Una serie spontanea di gemiti miagolati uscivano dalla bocca di Melissa riempita dall’indice dell’altra mano che emulava le movenze della sorella al piano inferiore impegnata a suonare la melodia del piacere, con l’immortale stantuffo perpetuo all’interno delle labbra e coinvolgendo il piccolo monte nelle immediate vicinanze.
Come se questo assortimento di sensazioni non bastasse la schiena di Melissa cominciava ad inarcarsi allo scopo di tagliare utopistici traguardi di piacere.
Non aveva ancora molto da faticare comunque, l’orgasmo era all’orizzonte e stava arrivando con passo di corsa, ad ogni anche impercettibile movimento della mano corrispondeva un fremito tre volte superiore e proprio quando il dolce torpore sembrava diventare una premurosa costante di vita ecco, irrompere con sorprendente violenza, come il fragore di un vulcano che erutta fiori, come centinaia di esplosioni multicolori, per qualche istante tutto scompare cade in uno stato di deriva extra-corporea, si abbandonò passivamente alle percezioni, il numero di spasmi non si contava, sicuramente avrebbe voluto che il tempo si dilatasse sino all’infinito come un’eterna parentesi di soddisfazione.
Al dissiparsi graduale di tutto il miele sopraffino appena gustato, non le restò che contemplare il sudato risultato della sua abilità. 

IL GIORNO DOPO

Se è vero che la notte porta consiglio, cosa avrà portato all’esuberante Mely, a parte un paio di lenzuola umide che esaltavano le innegabili fattezze di un fisico mozzafiato che, come ogni mattina mostrava i segni delle fatiche di una notte di attività, ahimè solitarie: i muscoli delle gambe erano tese come corde di violino e se ne fregavano del fine per cui si erano stancati, il batuffolo di peluche aveva subito molte perdite, anche se non sembrava data la rigogliosa e soffice cunetta sfiorata dal lenzuolo; le labbra verticali anche se abilmente coperte dalla vegetazione non riuscivano a negare gli immediati trascorsi. Loro scavate come un fiore lo è dalle zampe di un’ape ch’è avida del suo nettare; loro, reclamavano un grazie, delle scuse, ma ciò non avvenne: lei, Melissa era lì, sognante, che si pregustava il seguito, sta volta in gradita compagnia.
Quella fresca giornata di settembre iniziò con la telefonata di Erica, ex compagnia di studi appena terminati e con la quale ha stretto un bel rapporto di complicità: le chiese se poteva venire lì con un paio di amici: Miguel e Richard (anche loro ex compagni) per ricordare meglio i bei tempi andati.
Con una simile opportunità davanti Mely poteva fare tutto fuorché rifiutare, difatti così fu. Appena riagganciata la cornetta corse verso la doccia per cercare di nascondere il più possibile le centinaia di fotogrammi non proprio casti che le si pararono davanti agli occhi.
L’alta precisione del miscelatore della doccia fece soffrire poco Mely che in un istante poté godere della temperatura desiderata. Era tiepida tendente al freddo, non le dispiaceva, anzi, il getto d’acqua era tale da procurarle un quasi immediato rassodamento muscolare diffuso: (non che ne avesse bisogno) i seni parvero marmorizzarsi, chiunque in quel momento avrebbe potuto appendere un quadro su quei chiodi rosso cupo; le natiche seguirono la loro stessa sorte: la pigmentazione ambrata della pelle venne accentuata e si scurì di un paio di toni; l’effetto vedo/non vedo alla comparsa della schiuma completo l’opera assieme alla presenza più specchi che donarono al panorama molteplici prospettive. A risciacquo avvenuto decise di starsene ancora un po’ sotto la doccia: la maggior parte dell’acqua fluì via rapidamente, mente la corsa di alcune gocce sui glutei venne arrestata dal leggero raggrinzinsi della pelle causato da alcuni spifferi. Se ne stavano lì, leggiadre goccioline, contribuendo anche loro, prismando alcuni raggi di sole filtrati dalla finestra, a contorniare lo spettacolo.
Si asciugò frettolosamente, come era solita eseguire tutto ciò che non le interessava e si diresse al telefono per organizzare i rifornimenti per la serata al negozio di alimentari e specialità gastronomiche di fiducia, e, data la proverbiale pigrizia scelse di farsi consegnare tutto a domicilio.

Mely non ha mai avuto problemi economici per la sua età, grazie all’apporto degli amorevoli nonni difatti, possedeva un consistente conto in banca.
La donna delle pulizie aveva già rassettato casa due giorni prima, quindi alla ragazza non restava altro che rilassarsi davanti alla TV, con il solito oltremodo spiccio abbigliamento di sempre. Presto annoiata dal tedio dei programmi diurni si addormentò.
Venne svegliata dal campanello della porta quando era ormai metà pomeriggio.
Controllò dallo spioncino e riconobbe immediatamente il fattorino del negozio con due enormi sacchetti.
Era un ragazzino sui 14/15 anni e per non turbare la sua giovane età lo pregò di attendere un attimo per rimediare un abito.
Prese la prima cosa che le venne in mano: in felpone stile college americano, bianco con alcune scritte in rilievo.
Appena aprì Mely vide lo sbigottimento negli occhi dell’adolescente, le prosperose dune di Melissa difatti non permettevano all’improvvisata veste di coprire adeguatamente.
Un pezzo di pube non indifferente dava mostra di sé, il “poverino” arrossì talmente che parve esplodere mentre una fulminea erezione gli gonfiava i pantaloni.
Melissa preferì non parlare per rispetto al suo imbarazzo.
L’ometto, di contro, riuscì a balbettare freneticamente l’importo dovuto, che Mely non esitò a porgere. Non volle infierire. Si congedò da lui rassicurata, e non volle trattenerlo ulteriormente, intravedendo chiaramente nel suo sguardo la volontà irreprensibile di andarsi a consolare autonomamente, magari nel bagno di casa.
Dopodiché Mely cominciò immediatamente ad apparecchiare la tavola col servizio migliore ed a disporre in cucina la miriade di pietanze fumanti e non, pronte per essere degustate.
Il sole era prossimo a coricarsi, la fresca creatura procedette con l’agghindarsi adeguatamente per la serata.
Aveva uno strano concetto di quest’ultimo verbo, difatti, a parte il candido completino intimo super modellante, l’abito che cercava di celare quell’atlante del desiderio ambulante, non era proprio quel che si suol dire formale.
Non che non fosse discretamente elegante, ma non si poteva certo negare che la prima impressione che avrebbe potuto suscitare in un ospite sarebbe stata quella della ragazza molto aperta, non solo di vedute, a nuove esperienze.
Lo sfondo beige del vestito faceva risaltare stilizzare fantasie floreali che offrivano sparpagliate le tonalità del rosso. L’aria sbarazzina veniva accentuata dai profondi occhi di un verde brillante accostati alla copiosa cascata di capelli nero-ondulati che si poggiavano delicatamente sulle spalle scendendo via via per la schiena.
Il campanello suonò prima di quanto non pensasse, e dopo il solito classico rituale di benvenuto, Melissa fece accomodare tutti sul divano per chiacchierare un po’ in attesa di cenare.

Miguel: 21 anni, 1 metro e 70 centimetri, capelli castano chiaro, occhi marroni, fisico longilineo ben modellato; professione geometra, quindi estremamente preciso, riflessivo, con una vena creativa istintiva ispirata dalle necessità.
Raccontò con molto trasporto le sue esperienze lavorative soffermandosi sulle divergenze di opinioni tra colleghi e di come lui riuscisse quasi sempre a primeggiare. Dopo circa quindici minuti di pressante esposizione la parola passò a Richard.

Richard: 22 anni, 1 metro e 85 centimetri, capelli neri, occhi azzurri, fisico da culturista dilettante, ma con buone premesse; professione grafico pubblicitario, anche in questo caso la precisione e la tecnica sono basilari, ma ancora di più che per Miguel qui la creatività gioca un ruolo ancora più viscerale, dove le doti naturali trovano uno sfogo diretto, l’ispirazione e la passione sono le spezie principali a cui l’artista deve attingere per condire al meglio le proprie opere.
All’esposizione del suo vissuto lavorativo, magari per innalzarsi ulteriormente, portò anche qualche sua creazione.
Erano quasi tutte fotografie ritoccate con la computer grafica, raffiguranti quasi sempre soggetti nudi nelle pose più disparate; al che gli occhi di Mely non tardarono ad illuminarsi.
Il tempo passava e ad un certo punto Mely fu spronata da Erika a portare qualcosa da mangiare.
Lei obbedì con molto imbarazzo, e grazie all’aiuto di un grosso forno a microonde nel giro di mezz’ora cominciarono a mangiare.

Iniziarono con un cocktail di gamberetti e degli affettati vari, proseguendo poi con tagliolini al salmone, trota in salmì con salsa rosa, frittura mista; il tutto innaffiato con un vinello bianco, leggermente frizzante semi-secco che armonizzava elegantemente i sapori. Data la gradazione moderata e la piacevole freschezza che ne agevolava il fluire, la scintillante bevanda non tardò a far nascere un genere di appetito molto più inebriante.
Il tono della conversazione andava via via offuscandosi, i cervelli cominciavano ad ignorare la segnaletica della razionalità, preferendo sempre più la strada sterrata e ruspante dell’istinto.
Per Melissa non esisteva terreno più fertile, difatti, a briglie sciolte cominciò subito a dare libero sfogo alla sua creatività.
Strappò di colpo dalle mani di Richard, con la stessa smorfia delle bambine viziate, una bottiglia pronta per essere stappata.
Le amorevoli carezze che imprimeva a quel vetro fresco e umido fecero intuire immediatamente a tutti i presenti che cosa rappresentasse. Gradatamente i movimenti si facevano sempre più decisi e metodici, tanto che, ad un certo punto, come se il vetro avesse ceduto al talento di quelle giovani mani, il tappo partì di colpo inondandole il vestito.
Una vista inaspettata si parò davanti agli occhi increduli degli ospiti: il vino aveva reso trasparente tutta la parte superiore dell’abito, mettendo in bella mostra il prosperoso seno.
Tutt’altro che imbarazzata si diresse sinuosa verso Richy e cominciò a strusciarsi come una gattona; l’ovvia reazione fisiologica a tutto ciò fu immediata: un’impetuosa protuberanza di tutto rispetto si faceva largo nei suoi jeans. A quel punto, intuito dall’espressione del suo virtuoso amico, che il contenimento esercitato dai pantaloni diveniva sempre più fastidiosa, Mely non indugiò ulteriormente, abbassò la cerniera ed estrasse completamente il membro.
Al che l’atmosfera si fece quantomeno rovente: quella palpitante appendice rivolta verso il cielo era lì sotto gli occhi di tutti.
Superato il primo impatto di sbigottimento in cui lei incrociò lo sguardo rimproverante di lui, il desiderio ebbe il sopravvento e si lasciò andare.
Quasi per farsi perdonare, con aria di sfida le disse che voleva provare a vedere quanto avrebbe impegnato a stappare quella bottiglia.
Lui accettò con scontato piacere e lei diede inizio all’esperimento: iniziò col percorrere l’organo con la punta della lingua in tutta la sua lunghezza rallentando prontamente ad ogni piccola asperità venosa; la cavia in questione reagiva bene ansimando profondamente con la mascella vogliosa protesa in avanti.
Alla sommità di uno dei suoi percorsi, mentre con la mano destra considerava il prezioso sacchettino alla stregua di due maracas, decise di imboccarlo completamente; l’intensità della sensazione provata fece sbottare il ragazzo in un vocalizzo di piacere. Le ormai sature cavità muscolari dovevano confrontarsi con la rugosità del palato che accomunavano quel robusto pistone rovente al martelletto dello xilofono che batte contro le lamelle di metallo, come lui difatti produceva melodie sempre diverse secondo i rilievi che incontrava.
La porosità della lingua e la dosata umidità della bocca completavano il quadro, avvolgendo quella porzione di mascolinità in un premuroso abbraccio.
Intanto l’aumento progressivo di rigidità faceva presagire l’imminente epilogo, Mely dunque dovette apportare le opportune correzioni di ritmo per ritardare il più possibile l’evento.
Malgrado l’impegno, l’organo cedette a quella lunga sequela di tormentose attenzioni, ed il fisiologico ringraziamento iniziò a sgorgare copiosamente: le armoniche contrazioni muscolari disseminavano nella stanza quei microscopici frammenti di sé, mentre liberatori vocalizzi casuali di tonalità variabile ricompensavano il lavoro di Mely.
Erika e Miguel intanto, ispirati dall’attività dell’altra coppia avevano già innestato le marce alte e davano smisurato sfoggio delle loro abilità: Miguel aveva il capo completamente all’interno della camicia di Erika, solo pochi bottoni la tenevano ancora unita; la barriera del reggiseno era stata elusa con maestria abbassando dolcemente le due coppette, badando a non far scattare la chiusura sul retro. La visione di quelle sorgenti di vita rosa immacolato suscitò in lui un appetito primordiale, incondizionato, di cui aveva quasi dimenticato il sapore.
Le labbra sfiorarono galantemente la vellutata superficie di quelle minuscole vette, facendo, ovviamente s’intende, doverosa sosta nella moderata valle che le separa. Quando parve evidente che ciò che stava eseguendo era cosa buona e giusta, le azioni di lui si fecero via via sempre più audaci: il sapore della sua pelle si faceva ogni minuto più famigliare, tanto che ad un certo punto i capezzoli parvero assumere la forma del palato.
Le anarchiche mani di Miguel avevano già determinato il loro percorso, ed una di loro decise di andare a visitare l’agognata fessura. Date le moine che avvenivano al piano superiore non fu difficile per i curiosi polpastrelli farsi strada. Le traiettorie concentriche che iniziarono a disegnare sulle labbra, fecero immediatamente cambiare ad Erika la cattiva opinione sulla geometria avuta fino a quel momento.
L’abbandono era assoluto: lei, col capo disteso all’indietro appoggiato sullo schienale della poltrona, l’estasi colorava il suo volto, mentre le gambe tese a terra per i molteplici fremiti si aprivano ingordamente.
Avendo già assolto da tempo il suo compito la minigonna di Erika risultava essere solo d’impiccio e con poche mosse venne tolta agevolmente.
A quel punto, avendo l’assenza di qualche vestito aumentato le capacità di movimento di entrambi, Miguel cominciò a considerare, giustamente, l’eventualità di trarre qualcosa di personale da quell’esperienza, decise quindi di togliere le dita da dove stavano per inserirvi qualcosa di notevolmente più voluminoso.
Ovviamente le sensazioni si amplificarono a dismisura, facendo apparire quelle di pochi istanti prima alla stregua di un normale massaggio.
Le gambe di lei avviluppavano le sue natiche nude, stringendole a sé in un avido abbraccio, per meglio contenere ogni millimetro del suo essere maschio.

Era lui il padrone al momento, ad Erika non restava che assorbire di buon grado il suo impeto: i tempi che adottava erano complessivamente veloci, per questo motivo si vedeva spesso costretto ad apportare progressivi rallentamenti per non rovinare tutto.
Miguel si bagnava di lei, sempre di più, ed il vederla dibattersi in un vortice di sensazioni creato da lui stesso lo galvanizzava come mai prima di allora, si sentiva potente nel far valere le sue doti di percussionista naturale.
La stanza era intrisa di gemiti, senza dubbio quelli più appariscenti appartenevano a Melissa: quel corpo sobbalzante pretenzioso di performance d’altri mondi, facevano apparire i più che rispettabili strumenti di Richard alla pari di una trave di cemento armato.
Molto probabilmente analizzando la situazione che si stava svolgendo, neanche i protagonisti avrebbero mai potuto ipotizzare che una normalissima festa di ritrovo sarebbe sfociata in una rovente notte selvaggia, dove quello che conta era rendere felici i cinque sensi.
Quei corpi aggrovigliati l’uno nell’altro si strusciavano energicamente, come se tutto il nutrimento di cui avevano bisogno lo traessero da quei movimenti.
Il sudore innaffiava copiosamente la pelle infuocata di quegli estremi ricercatori mentre si spingevano oltre ogni ragionevole limite imposto dalle loro fragili spoglie carnali.
L’incessante strofinio dei tessuti li stava logorando, unico sottofondo sonoro alle loro esternazioni animalesche era il sensuale e stuzzicate schioccare delle loro masse grondanti che basculavano, scandendo i frenetici tempi del peccato.
I pertugi deformati delle due esponenti femminili erano quasi perduti: era come se un panettiere fanatico continuasse ad alimentare il fuoco del forno e non avesse più pane da cuocere.
L’infinita maratona della lussuria stava, di fatto, finendo, malgrado tutti i loro sforzi nella speranza d’impedirlo.
La prima coppia a cedere le armi fu Miguel-Erika: le ultime battute del loro amplesso le stavano passando in ginocchio, il fisico non concedeva altro; Miguel percependo l’epilogo dall’annebbiamento percettivo, si protese all’indietro cercando di toccare i talloni con la schiena, così da lambire la parte più profonda di lei un’ultima volta. In un attimo la vivace biondina venne inondata, il viscoso nettare del patner riempiva meticolosamente ogni cavità del suo sesso, sedando le fatiche e spegnendo le fiamme che poco prima divampavano incontrastate.
Richard e Melissa pur avendo parametri di sopportazione ben più alti dei loro compari, avrebbero dovuto tra qualche minuto arrendersi davanti alle loro barriere fisiologiche. Intanto però, attendendo l’inevitabile, davano fondo alle ultime energie, incuranti di qualsiasi conseguenza. Richard afferrava saldamente i glutei di lei facendo imprimere ai suoi rimbalzi un tempo gentile e vivace allo stesso momento; come la stretta di mano tra un padre e la sua figlioletta mentre l’aiuta a traversare la strada. I giochi si stavano compiendo rapidamente, avvertito il pericolo, a causa del rapporto rigorosamente NON protetto, l’ingorda saltatrice estrasse in modo grossolano il “pistone”, percuotendolo manualmente a dovere per far terminare l’atto. I copiosi zampilli che seguirono le centrarono il seno. A quel punto, come ubriacata da un’euforia sgualdrina, continuando sopra di lui ad eseguire movenze tipiche dell’amplesso, cominciò a spalmarsi quell’inestimabile tesoro genetico come fosse la migliore crema idratante; ed in un certo senso si può affermare che stesse sortendo un effetto molto simile: la superficie della pelle arroventata da tutti quei tumulti, godeva di uno strano sollievo, forse a causa della differenza di temperatura. Quei gesti comunque, venivano vissuti con un trasporto tale da tradursi in piacere reale che stava portando rapidamente la giovane suina a confrontarsi con un nuovo devastante orgasmo. Richard in quel momento era come se si trovasse al cinema: ancora inebetito dal suo eiaculato, si stava gustando un’esibizione fuori programma, tutt’altro che sgradita. Essendo però in pieno periodo refrattario, con una ex poderosa erezione nella sua inesorabile fase calante; i mezzi a sua disposizione per partecipare attivamente risultavano limitati. Considerate le richieste della patner però, che per altro parvero quasi assurde al ragazzo, valutando tutto quello che era trascorso, si vide costretto a cercare di soddisfarle. Detto fatto, le sue mani cominciarono a modellarsi sul busto di lei, soffermandosi vellutatamente sulle piccole sporgenze laterali dei seni, estremamente morbidi e tonici, per poi scendere nei fianchi e finalmente lì, dove tutto nasce e divampa. Mai termine è risultato più azzeccato, dato che una volta oltrepassato quell’ormai effimero cespuglio, il cui volume si era ridotto ad un terzo, a causa delle enormi quantità di liquido di cui era intriso, i suoi polpastrelli affondarono in un cunicolo quanto mai rovente, e le sue pareti erano talmente gonfie di sangue che la resistenza incontrata superò largamente le aspettative: le dita si facevano largo a fatica e le pulsazioni erano così decise da potersi percepire più nitidamente che con uno stetoscopio. L’approvazione di Mely era lampante, ma il ragazzo diveniva sempre più incredulo nel vedere lei che ne voleva ancora e ancora, infinita aspiratrice di perversione, in alcuni momenti pareva quasi che soffrisse, come se fosse la volontà del corpo a sottomettere quella della mente.

Era proprio così, il corpo stava soggiogando la mente, e con lei le dita del povero Richard, sempre più invischiato nella salamoia organica di Mely.
Un sorriso tronfio, colmo di soddisfazione le disegnava a tratti il volto, quando riusciva a svincolarsi dalle scariche di piacere: il respiro esprimeva l’apice di un affanno insopportabile, la bocca quasi spalancata esigeva colossali quantità d’ossigeno, bramate dai muscoli spossati dalle sollecitazioni, e quando finalmente venne, emise un vocalizzo talmente spontaneo e limpido da racchiudere in sé l’appagamento di una vita: le involontarie, convulse, contrazioni del ventre e delle gambe confermavano quanto espresso dal viso, specchio di mistiche percezioni. Preda del soffocante affanno si accasciò fra le braccia di lui, che prontamente la accolsero. I seni premevano dolcemente sul torace, ed entrambi potevano percepire il graduale spegnersi delle fiamme della passione, segnato dal battito dei cuori che pompavano alternatamente, quasi stessero dialogando l’uno con l’altro. Mely appoggiava la testa sulla spalla di Ricky, e per gratitudine, quasi a voler corrispondere il giusto valore per quanto appena ricevuto, soprattutto in termini di resistenza fisica; cominciò a baciarlo, ma questa volta senza trasporto, senza ambizioni, teneramente, come una gattina che ringrazia il padrone strusciandosi per ricevere le coccole. Le labbra di velluto sfioravano tutta la spalla, proseguendo sul trapezio, per terminare all’estremità superiore del collo.
I tocchi erano leggiadri e fuggitivi, il loro compito non era quello di farsi conoscere, ma quello di dare una vaga idea di sé, come se dovessero posare una fragranza che andasse intensificandosi sempre più ad ogni passaggio. Ogni goccia di sudore trovata veniva assorbita adeguatamente, dando modo a lei di catalogare qualsiasi sottile variazione olfattiva della pelle.
I capelli scivolavano soffici sulla schiena, solleticandola, e quindi provocando l’inevitabile “pelle d’oca” che si propagò rapidamente. Al che, Mely cominciò a ridacchiare divertita, pur rimanendo ligia al suo lavoro. S’intuiva chiaramente che a Richard piacesse, soprattutto dai respiri molto profondi e lenti, e quando lei terminò, dovette suo mal grado accontentarsi: come un bambino al luna Park smanioso di altri divertimenti che viene trascinato via dal padre perché si è fatto tardi. Dopo un’ultima carezza sul viso, la ragazza si diresse, stordita ed un po’ barcollante (per ovvie ragioni che si spiegano da sole) al bagno per una doccia rinvigorente.
Per qualche istante la mente di Richard venne offuscata da moralistiche riflessioni riguardo a quanto fatto, ma fortunatamente per lui svanirono presto, poiché gli apparvero nuovamente davanti agli occhi tutte le acrobazie eseguite, a quel punto tutti gli scrupoli svanirono immediatamente ed un sorriso piuttosto ebete gli si stampò sul viso. Per l’altra coppia invece il discorso era un po’ diverso: non sarebbe stato così semplice difatti per Erika e Miguel farsi una ragione di quanto accaduto; i due infatti, prima di questo tripudio d’atti animaleschi si conoscevano solo di vista, ed è per questo che, soprattutto ad Erika, parve inconcepibile di essersi fatta trasportare così dagli eventi, aver permesso ad un uomo di violarla come non mai, di prendere contatto in modo così profondo di parti del suo corpo che neanche lei aveva mai sperato di raggiungere.
Intanto Mely, già da qualche minuto nel suo box doccia, era intenta a mondarsi dal vischio dei fluidi corporei che l’avevano ricoperta; a quell’acqua difatti attribuiva soltanto una funzione igienica: scorreva velocemente, incurante di quello che toccava. La determinazione delle intenzioni della simpatica “giumenta lavatrice” sarebbe caduta miseramente, infranta dell’imboscata che Richard le stava per tendere: si avvicinava furtivamente al box doccia e in un attimo vi guizzò dentro con l’abilità silenziosa di una biscia. Proprio in quel momento cadde dalle mani di lei una morbida spugna intrisa di schiuma, che lui non esitò a raccogliere: i polposi glutei furono i primi a fare conoscenza con quell’utile strumento: i cerchi più o meno regolari che li decoravano svanivano continuamente, trascinati via dalla moderata decisione dell’acqua. Per questo a Ricky parve lecito cercare di inventarsi qualcosa di più duraturo e appariscente che attraesse veramente l’interesse di Melissa. La spugna sembrava trarre liberamente spunto dalla volta celeste: cominciò difatti a disegnare delle mezze lune partendo dalla fessura anale fino ad arrivare davanti, là, dov’è la porta del mondo. Al termine del primo percorso un sussulto accompagnato da un deciso gemito liberatorio s’impadronì di Mely, al che l’inorgoglito amante dedusse che doveva seguitare a ricalcare il medesimo disegno, apportando però qualche cambiamento per percepire al meglio la paternità di quei gesti: decise così di sbarazzarsi della spugna per proseguire manualmente. Il senso di potere provato dal ragazzo in quel momento era indescrivibile, aveva l’opportunità di disporre pienamente di lei: il possente arto di Ricky si poteva facilmente confondere con la bacchetta di un violino che sfiora leggera le sue corde, mentre con la mano imprimeva tutte le sfumature necessarie, in definitiva la stava suonando, per la prima volta capiva di non essere lei a comandare l’orchestra e questo la stizziva parecchio, si dibatteva col ventre in cerca d'una via d’uscita, ma ciò che si stava compiendo era eseguito con troppa maestria e, contrariamente a quello che avrebbe mai pensato, dovette arrendersi.
Si addomesticò a tal punto da farsi trascinare ai confini dell’inviolabilità: l’affanno dell’ultimo orgasmo l’aveva obbligata ad appoggiarsi alla parete in plexi-glass del box doccia, e quella caratteristica posizione in piedi a gambe divaricate, di spalle, suggerì all’esploratore della lussuria qualcosa di mai tentato prima. Per cominciare aveva bisogno di una sonda, e quella rigida sua protuberanza che teneva in mano faceva al caso suo. Un pezzetto rosa scuso di glande spuntava dalla bocca del prepuzio, e prima di prendere le dovute contromisure per evitare strattoni o ulteriori sorprese da parte di Mely doveva guidarlo nella parte interessata. Così fece. Dopo di che proseguì con le manovre di bloccaggio: con la mano sinistra le teneva ferme le sue intrecciandole, con la destra invece provvedeva a non farle muovere la testa.
Già dalle prime spinte il vizioso Ricky incontrò molta resistenza da parte della mucosa anale, ma del resto era più che naturale, data la totale castità di Melissa da quel punto di vista. Era scontato che le stesse facendo male e dopo pochi minuti di lamenti decise di placare momentaneamente la sua foga per controllare la situazione. Estratto il membro lei riuscì a liberare rapidamente la mano destra dalla stretta di cui era preda: le sue intenzioni contrariamente a quello che si poteva pensare non erano ostili, la ragazza voleva solamente masturbarlo per rendergli effettivamente impossibile il proseguimento dell’atto.
Fatto suo il pene, dopo alcuni scuotimenti, Richard intuì l’astuto piano, scansò immediatamente la mano, agguantò come pegno d’obbedienza una manciata di peli pubici della patner per vincolarla al massimo nei movimenti, e riprese ciò che aveva interrotto, ma questa volta con più decisione, quasi per punirla del tiro mancino che aveva provato a tirargli. A questo punto a Mely non restava che l’umiliazione della supplica, per levarsi dalla morsa soggiogante di quello scalmanato. Ad essere sinceri però, più il tempo passava, e più il corpo della “vittima” sembrava inchinarsi piacevolmente davanti a quella rude pratica sessuale, questo la portò ad un repentino ripensamento, e gradualmente iniziò a collaborare, indicando al “padrone” piccoli aggiustamenti che potevano aumentare il livello della prestazione. L’idea che una delle parti più amate di un uomo da una donna stesse congestionando, colmando una cavità, che come sua ragion d’essere ha quella di espellere sostanze e non di introdurne, stava infondendo a Melissa una sensazione di trasgressione, di ribellione, un’inequivocabile forma di libertà dalle convenzioni imposte dalla natura sociale umana.
Quando, in buona sostanza, lui venne, lei aveva già finito da una trentina di secondi, lo spettacolo era sublime: ancora ansimante a bocca semiaperta il filo d’acqua della doccia le contornava il profilo del volto, le gocce si raggruppavano ordinate al centro del labbro inferiore ed il sottile rigagnolo che liberamente scendeva era degno di una cinepresa. Richy molto galantemente aveva espulso in esterno, per evitare eccessivo imbarazzo e scocciature igieniche alla compagna. Ora che la tensione stava sfumando via, il ragazzo poteva dedicarsi ad un massaggio molto più metodico, razionale e rispettoso: lasciò che i sinuosi rilievi di lei condizionassero gli spostamenti delle mani, come succede col trenino delle montagne russe che segue obbediente i binari.
L’unica eccezione la fecero i seni, una volta raggiunti appunto non resistette a ballonzolarli ritmicamente in modo alterno, sapeva di farle cosa gradita, cominciò di fatti a ridacchiare a tratti mantenendo un tono sommesso ma indubbiamente divertito.
Il modo in cui Richard gestiva la situazione era encomiabile, paragonabile all’abilità di Bill Gates mente utilizza “Windows”, sapeva esattamente come interpretare i messaggi della pater, la quale si era completamente donata a lui, consapevole che sarebbe ancora riuscito a farla divertire.
Difatti il gioco stava prendendo sempre più, una piega ragionata, che non lasciava più spazio agli ormai estinti, ardori iniziali.
Richy era diventato un cercatore, ed era come se l’oro fin d’ora trovato non gli bastasse: le mammelle venivano soppesate dalle sue possenti mani, attente a non farsene scappare nemmeno un grammo, al pari di un meticoloso orefice intento a stimare un prezioso. I capezzoli dal canto loro “pungevano” i palmi delle mani, quasi a dimostrare che, malgrado tutto, almeno loro possedevano ancora la forza di reagire al volere di Richard. Per non rischiare di fossilizzare il “sex tour” facendo diventare monotone le sensazioni, l’Indiana Jones del piacere, o meglio per così dire “l’IndiANAL Jones”; sempre tenendo le mani fisse sulle coppe di Melissa, pucciò letteralmente il naso tra i glutei di lei cominciando a respirare profondamente, forse per campionare le qualità di quest’ultimo lato oscuro della sua persona.
Al che, d’improvviso lei, quasi destatasi da un sogno di ovvia natura, si raddrizzò, e tutta gocciolante uscì dal box doccia, lasciando  lo speleologo dell’anatomia impietrito come un eroe sconfitto.

Continua ....... 

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